Persistenze di Pensiero

Solitamente destinata ai processi di sviluppo del negativo e di stampa fotografica, qui la red room, ovvero la camera oscura, viene trasposta con un fine percettivamente più ampio.

L’involucro crudo e freddo dello spazio espositivo in calcestruzzo, con evidenti segni del tempo, si trasforma in un comunicatore di sensazioni.

Esso, a sua volta, trattiene al suo interno dei nuovi elementi, che vincolano i percorsi ed erigono nuovi spazi, contenuti ma contenenti…

…luce, sensazione, opere…

Superfici contrastanti; cromie divergenti; luci che richiamano qualcosa che permea la penombra, strutture che salgono o scendono… una difformità che condivide lo stello luogo, lo plasma e da forma al vuoto, confluendo in un allestimento che non solo mette in mostra ma si mette in mostra.

La fotografia che diviene una forma d’arte, l’espressione di un tema, quello del pensiero, che si ripete tra gli angoli contorti e spigolosi di un contenitore difficile ma uniforme nella sua complessità. L’espressione di tre artisti che raffigurano ciò che non esiste in materia bidimensionale, unita ad un sistema percettivo tridimensionale che avvolge e guida chi si intrappola in esso.

Tre soluzioni ad un problema che non esiste ma sussiste, tre pensieri che pensano ed evolvono con chi li esperisce.

Le luci sono psicologicamente una fonte di sicurezza. Musica che richiama i tre fotografi nella mostra, dai caldi ciao di persone sconosciute, di soggettiva interpretazione, ai rumori del ferro lavorato.